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LE MODIFICHE COSTITUZIONALI PERCHE’ DICIAMO NO AL REFERENDUM.
“ Le Costituzioni non si pensano per la legislatura in cui si va al governo e per garantirsi di rimanerci, ma per un arco di tempo lunghissimo in cui il patto fondativo della Repubblica, che esprime i valori condivisi da un popolo, la sua carta d’identità, deve funzionare e garantire i cittadini indipendentemente dalle preferenze politiche espresse alle elezioni “.
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La riforma costituzionale approvata dal Parlamento nel 2005 e sottoposta al Referendum confermativo del 25 e 26 giugno prossimi, mette in discussione alcuni dei principi cardine del nostro ordinamento, che hanno garantito la libertà di scelta dei cittadini e il corretto funzionamento delle Istituzioni Repubblicane.
I cambiamenti riguardano:
La forma di governo e i poteri del premier
Con la riforma il capo del partito che ottiene la maggioranza, anche relativa (cioè inferiore al 50% più uno dei consensi), alle elezioni della Camera dei Deputati diviene automaticamente Presidente del Consiglio (oggi la designazione è fatta dal Presidente della Repubblica ed è sottoposta al voto di fiducia del Parlamento). Il premier avrà poteri pressoché assoluti.
Potrà nominare e revocare i Ministri senza passare per il Parlamento, potrà sciogliere la Camera in caso di rigetto di una proposta di legge governativa che non avrà più bisogno dell’autorizzazione del Presidente della Repubblica. Queste modifiche vengono ritenute utili per garantire l’azione del Governo, ma di fatto eliminano il regime parlamentare per sostituirlo con una sorta di monarchia elettiva.
Non vi sono limiti alla rielezione dello stesso premier che gode di poteri amplissimi anche se eletto dalla minoranza dei cittadini. Il Parlamento non è più il luogo in cui trovano voce ed espressione tutti i cittadini, in un confronto che non sia sempre e comunque mortificante per le minoranze (che potrebbero essere anche cospicue, come in questa legislatura), soprattutto la Camera non potrà sfiduciare il premier se non dopo aver individuato un altro premier dello stesso schieramento. Il Parlamento si trasformerebbe in un congresso di partito permanente con quali conseguenze è facile intuire. La Camera sarà schiava del premier perché soggetta al suo potere di scioglimento e preda delle peggiori logiche di potere. Immaginate il peggior politico che vi viene in mente, con un tale potere e converrete che si tratta di una prospettiva agghiacciante, anche per l’assenza di reali contrappesi.
Il Parlamento e le istituzioni di garanzia
La Camera (ovvero l’organismo eletto dai cittadini e rappresentativo di essi) non potrà in alcun modo controllare il governo, se non sfiduciando il premier sostituendolo con un altro dello stesso “colore” (quindi non dissimile nell’impostazione di governo, ma con sostenitori di diversa corrente da beneficare). Parliamo di Camera perché il Senato sarà rappresentativo delle Regioni e avrà competenze legislative diverse. Oltre a rappresentanti eletti nel corso delle elezioni politiche su base regionale, sarà composto anche di rappresentanti degli esecutivi regionali senza diritto di voto, ma con diritto all’indennità e non avrà neppure quel potere minimo di controllo sull’operato del governo lasciato alla Camera.
Il Presidente della Repubblica è definito dalla riforma come il garante dell’unità federale della Repubblica, ma è un garante senza alcun potere reale, una figura puramente rappresentativa, utile a partecipare a parate e poco più. Egli, infatti, non avrà più il potere di sciogliere le Camere né di dare l’incarico di formare il governo.Quanto alla Corte Costituzionale, l’organo di maggior garanzia dei cittadini di fronte al Parlamento e ai poteri dello Stato e garante delle prerogative delle autonomie locali, le modifiche la colpiscono nella sua formazione. La Costituzione fino ad ora prevedeva che i suoi 15 componenti (magistrati, professori universitari di materie giuridiche ed avvocati con almeno venti anni di esercizio), fossero nominati 5 dal Presidente della Repubblica, 5 dal Parlamento in seduta comune, 5 dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa (Cassazione e Consiglio di Stato), per garantire la massima competenza ed indipendenza dai poteri dello Stato su cui è chiamata a giudicare (poiché giudica sulla rispondenza delle leggi ai principi costituzionali, giudica l’operato del Parlamento e poiché deve dirimere i contrasti tra i diversi poteri dello Stato e tra questo e le Regioni deve essere equidistante e non controllabile da nessuno di essi). Con la riforma i magistrati di nomina politica passano da 5 a 7: per quello che abbiamo visto in precedenza, ciò comporta un significativo potere di controllo in capo al premier, che potrà estendersi, indirettamente, anche alle Regioni che non avranno la piena garanzia della indipendenza della Corte nei conflitti che le opporranno allo Stato, magari per leggi emanate nell’ambito delle loro competenze. Quanto alle leggi che violano i diritti costituzionali dei cittadini, se il controllore e il controllato coincidono, sarà difficile che vengano cancellate da una Corte così formata.
Il Consiglio Superiore della Magistratura è chiamato a decidere sulle assunzioni, le assegnazioni di sedi e di incarichi dei magistrati, i trasferimenti, le promozioni e le sanzioni disciplinari. Il suo potere di controllo è evidente e proprio per questo l’attuale Costituzione prevede che sia presieduto dal Presidente della Repubblica e che i suoi membri siano eletti per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori universitari in materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esercizio della professione (tra gli eletti dal Parlamento viene scelto il vice-presidente), per i due terzi rimanenti da tutti i magistrati in servizio. Con la riforma i giudici di nomina politica diventeranno la metà del totale, con una maggiore capacità di controllo e non saranno richiesti i requisiti di competenza descritti. Un po’ come mettere un farmacista alla Consob (l’autorità che controlla la Borsa). Ovviamente il controllo politico sulla magistratura sarà particolarmente penetrante e potrà indirizzare le carriere e i percorsi professionali dei magistrati: riprendiamo l’immagine della parte politica che meno ci piace e immaginiamo le conseguenze della sua vittoria elettorale anche in questo campo, come in quello della Corte Costituzionale.
Inoltre la riforma toglie al Consiglio Superiore la prerogativa di nominare il vice-presidente (di fatto il vero presidente operativo) per attribuirla al Presidente della Repubblica, così comprimendo ulteriormente le competenze e i poteri della base giudiziaria.
La formazione delle leggi
Abbiamo visto che Camera e Senato avranno competenze diverse. La Camera, infatti, legifererà nelle materie di competenza esclusiva dello Stato, il Senato si occuperà delle leggi su materie a metà tra Stato e Regioni (legislazione concorrente), su alcune questioni la competenza sarà comune. Ma se una legge toccasse più materie, su cui si hanno competenze diverse, chi decide a chi spetta l’ultima parola? La riforma prevede che in caso di conflitto di competenza tra Camera e Senato, siano i loro presidenti a decidere. In caso di mancato accordo dovranno nominare una commissione paritetica (ovvero composta da un ugual numero di membri di Camera e Senato) che fungerà da terza camera. Considerato che i problemi su cui uno Stato moderno è chiamato a decidere sono molto complessi e coinvolgono spesso più materie, non è difficile immaginare la conflittualità che scaturirà e la lunghezza del processo di approvazione. Peccato che oggi la competitività di un Paese passi anche per la celerità delle risposte legislative che è in grado di dare ai problemi: si investe dove le norme sono chiare e le istituzioni rispondono con rapidità alle esigenze sempre nuove dei rapporti economici che non coinvolgono solo gli imprenditori, ma anche lavoratori e consumatori: con questo meccanismo non siamo in grado di rispondere a questa esigenza.
Il Senato, d’altro canto, non potrà neppure essere autonomo per le materie in cui vi sia certezza della sua competenza: il governo, infatti, potrà chiedere che vengano modificate. Se il Senato non accoglierà la sua richiesta, il disegno di legge è trasmesso alla Camera che decide in via definitiva a maggioranza assoluta.
La “devolution”
Con questo termine si indica il complesso dei poteri che lo Stato, con la riforma, trasferisce in via esclusiva alle regioni. Alle regioni, tra le altre cose, verranno conferite competenze esclusive in materia di sanità, scuola (programmi compresi), polizia ed in ogni altra materia non riservata in via esclusiva allo Stato. Così avremo diritti diversi e diversamente garantiti a seconda della regione di residenza. Solo che non viviamo più in un’epoca in cui si nasceva, viveva e moriva nello stesso posto e non competiamo soltanto con il campanile più vicino: ci si trasferisce per periodi più o meno brevi,si studia in un luogo e si va a completare gli studi o a lavorare altrove, per cui c’è bisogno di maggiore omogeneità, non di differenziare la formazione in base a criteri localistici, poiché i nostri competitori non sono a cinque chilometri da noi, ma a cinquemila. L’aumento delle competenze significa aumento delle strutture e della burocrazia (per esemplificare, passiamo da un ministero degli interni a venti ministeri regionali di polizia), senza per ciò, eliminare quelli statali (non è pensabile che le polizie internazionali collaborino e che tra regione e regione non vi sia un coordinamento nazionale, anche perché i criminali non si preoccupano molto dei confini), quindi un aumento dei costi, che dovranno essere sostenuti attraverso il fisco. Che siano tasse nazionali o locali o tutte e due poco importa, visto che sempre alla tasca dello stesso cittadino attingeranno. Per non parlare della ulteriore caduta di competitività dell’intero sistema economico nazionale che dovrà fare conti con una aumentata quantità di interlocutori per tutti i territori nei quali l’attività economica si svolge. Insomma, in un momento storico che spinge alle aggregazioni sopranazionali, con un perfetto tempismo noi preferiamo lo spezzatino. Un altro aspetto non può e non deve essere sottovalutato: la nostra Costituzione garantisce gli stessi diritti a tutti i cittadini. Con questa riforma questo diritto diviene una mera finzione, il luogo di nascita o di residenza una discriminante ancora più forte di quanto la realtà imponga, perché sarà una discriminante “legale”. Un paese diviso è un paese debole e questo tanta parte della nostra storia dovrebbe avercelo insegnato. E poi, siamo sicuri che con questa riforma si realizzi lo svincolo da Roma, tanto rivendicato dalla Lega? Se torniamo ai punti precedenti non possiamo non notare che l’autonomia regionale è sottoposta a vincoli statali ancora più stringenti degli attuali e sottoposta al centralismo governativo. Forse chi ha pensato la riforma era convinto di poter godere, per le regioni di maggior radicamento, di una sorta di deroga garantita dal governo, ma le Costituzioni non si pensano per la legislatura in cui si va al governo (e per garantirsi di rimanerci), ma per un arco di tempo lunghissimo in cui il patto fondativo della Repubblica, che esprime i valori condivisi da un popolo, la sua carta d’identità, deve funzionare e garantire i cittadini indipendentemente dalle preferenze politiche espresse alle elezioni.
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