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Ma dal 18 febbraio, cosa faremo?
15/02/2007

Articolo di Matteo Quero, Segretario Provinciale MRE di Vicenza sul caso Dal Molin, pubblicato sul Giornale di Vicenza

Sabato, Vicenza sarà un palcoscenico della politica nazionale. Molti di noi, in questi giorni, si interrogano sul "che cosa accadrà" sabato. Ma la domanda a cui rispondere, ora, in realtà, è cosa fare a partire dal giorno dopo: quando il corteo di sabato avrà esaurito il suo percorso, quando le bandiere saranno state ammainate e gli striscioni riavvolti, quando i manifestanti avranno fatto ritorno alle loro case e alle loro città, quando Vicenza resterà con una domanda a cui trovare una risposta.
Per diversi mesi, la questione era se dire sì o no alla base. Ormai non è più così. La destra, con l’ex governo Berlusconi e con le giunte Dal Lago e Hüllweck, ha la colpa di aver dato un sostanziale via libera alle richieste americane, senza discuterle in un confronto pubblico. Il governo Prodi, cui pure si devono imputare un eccesso di esitazioni e una scarsa chiarezza nella gestione del dossier, ha tenuto fede a quell’impegno: non poteva fare altrimenti.
La destra, locale e nazionale, sembra disinteressarsi delle conseguenze della sua scelta: anziché discutere come ridurre l’impatto sulla città di un progetto così imponente, gioca al tanto peggio tanto meglio, sperando che una situazione di tensione sul progetto metta in difficoltà la maggioranza. È una tattica miope, che lascia la città ostaggio di manovre da piccolo cabotaggio politico. I vicentini non possono accettarlo. Che si sia o meno contrari alla base, è un dovere della politica operare le proprie scelte considerandone le conseguenze su Vicenza. Fin qui, questo è stato fatto poco e male.
A chi sabato scende in piazza contro la politica estera italiana, strumentalizzando il problema concreto posto dai cittadini di Vicenza, ricordo che il governo Prodi ha già dato segni chiarissimi di discontinuità rispetto a quello Berlusconi. Condivido in pieno la scelta europea dell’esecutivo. E proprio perché ne sposo le ragioni e le ambizioni – trasformare in senso paritario la relazione tra Stati Uniti ed Europa – penso che esse non possano confondersi con l’irresponsabile retorica parolaia dell’antiamericanismo. Sono per un’Europa più forte, ma al fianco degli Stati Uniti, non contro di essi. Voglio un’Europa che fa sentire le proprie ragioni, ma nella certezza delle alleanze, non nell’ambiguità di un illusorio terzaforzismo.
A chi sabato scende in piazza per riproporre la via del no ad ogni costo, faccio notare che sinora questo oltranzismo ha avuto come unico risultato quello di ridurre ulteriormente i già scarsi margini di negoziato.
A chi invece sabato scende in piazza senza secondi fini e intenti strumentali, per evitare che la città di Vicenza paghi un prezzo che può esserle risparmiato, dico: passata la manifestazione, resterà in piedi il problema. Non è possibile impedire il raddoppio della base americana, ma è possibile e necessario impedire che il nuovo sito militare danneggi irreparabilmente gli equilibri ambientali, urbanistici ed infrastrutturali della nostra città. Un tavolo politico va convocato al più presto. Il governo di centrosinistra può essere un interlocutore credibile. Ma con una destra vicentina che ha scelto l’irresponsabile strada della latitanza politica, toccherà ad altri rappresentare le ragioni della città.
C’è chi considera questi dei temi di serie B. Non lo sono. I primi a saperlo, ne sono certo, sono proprio i numerosi vicentini che in questi mesi si sono mobilitati nei comitati e nei movimenti. Il loro impegno non ha impedito il sì alla base, ma non per questo è stato inutile. Ora non va disperso, perché una nuova sfida ci attende tutti. La scelta tra il sì e il no alla base ha diviso la politica e lo stesso centrosinistra. Ma l’interesse della città è ancora in gioco: la sua tutela ci deve unire. C’è una nuova battaglia da fare, per dare risposta all’unica domanda che conta: dopo il 17 febbraio, che cosa faremo per la nostra città?
 
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