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I Repubblicani Europei prendono le distanze dal costituendo P.D. Chiarita la posizione del MRE dopo la relazione del segretario on. Luciana Sbarbati
21/08/2007

Politica e fisco. Il gioco del “pallottoliere” non convince gli italiani. Pagare le tasse è un dovere: i Vescovi intendono salvare le anime, noi vogliamo salvare la democrazia.
Articolo del prof. Luigi Orsini, segretario provinciale MRE di Chieti
 
 
 
 
Che domanda ci pone l’On. Luciana Sbarbati, dopo averla posta a sè stessa, all’inizio di questo infuocato mese di agosto? Questi signori, professionisti e burocrati della politica, intendono “costituire un qualsiasi P.D.” o salvare la democrazia? O Luciana, questi signori come Tu li chiami, non vogliono salvare la democrazia, vogliono solo giocare con il “pallottoliere”. E noi “ stoppiamo”, proprio come abbiamo detto, in Assemblea con Te, nei giorni scorsi, dopo la Tua relazione.
Da tanti anni abbiamo accarezzato il sogno di costruire, per il nostro Paese, un grande partito di sinistra, rivoluzionario e riformista, laico – e, pertanto, né cattolico né marxista -; abbiamo sognato di costruirlo o di aiutare a costruirlo, e siamo ancora disposti a farlo, nel solco della nostra Storia, quella che ha segnato i nostri successi politici, che sono stati sempre successi del nostro Paese e mai della nostra parte politica.
Noi, anche oggi, ci riconosciamo in quei successi e siamo convinti di poter ”parlare” ancora, di esserne legittimati dalla Storia e di esserne sospinti dal dovere e dalla passione civile e politica.
Parlare, dialogare, educare, sono gli strumenti del nostro Movimento, ricevuti in eredità dai Maestri della nostra Scuola politica, da Giuseppe Mazzini in poi.
Non vogliamo “imporre” le nostre idee – di democrazia, giustizia e libertà – ma vogliamo confrontarle con tutte quelle degli altri protagonisti della politica, né vogliamo “predicare”.
Per essere vivi e vitali, per realizzare il sogno della grande sinistra democratica, abbiamo “abbozzato” ed anche taciuto, quando era opportuno. Adesso Luciana, almeno per me – libero, orgoglioso, accanito ed appassionato assertore del dialogo – è giunto il momento di parlare.
***
Ci risiamo: ogni volta che è utile, per i partiti e per i cittadini, che esponenti dei vari gruppi politici esistenti nel Paese, intendano confrontarsi, per studiare meglio i problemi contingenti che la vita pubblica e privata ci propone, si giunge, ovunque – e voglio dire sia nel mare magnum della politica nazionale sia nei laghetti di provincia – ad affrontare il “giro di boa” che i “soliti noti” inseriscono nel sereno iter delle conversazioni o, per dir meglio, lungo la rotta di una navigazione, di idee e di propositi, che giunga al porto agognato dagli italiani, cioè alla soluzione di un certo problema o di vari problemi: sanità, giustizia, scuola, legge elettorale, pensioni – o, come si dice nel contado, “welfare” -, leva militare, fisco, “pizzo” e così via, temi tutti che possano interessare i cittadini, compresi i parlamentari e i professionisti della politica.
In ogni caso e dovunque, invero, la navigazione s’arresta per affrontare la boa, che prima non c’era, che prima non si sospettava.
La boa è la titubanza (a dir poco, eufemisticamente) dei “soliti noti”, al momento di affrontare veramente una qualsiasi soluzione del problema in essere, soluzione proposta da altri ovvero da proporre: per il cerimoniale della boa, il “noto” di turno, detto anche “responsabile”, pronuncia la frase di rito:” Valuteremo, valuteremo…”; intanto niente si “valuta” e tutto si rinvia – a mo’ di causa civile, vecchio e nuovo rito -, in qualsiasi campo ove è in atto la costruzione e la pratica di un confronto non solo dialettico, non solo di buon senso, non solo di impegno a risolvere ma anche, e soprattutto, di confronto politico, per dare al Paese l’attenzione che i cittadini meritano e l’approfondimento che ciascun problema della vita della nostra comunità richiede e, a volte, con carattere di urgenza e di necessità improrogabili.
No, la boa va affrontata comunque e quelli che l’hanno posta, o tornano indietro o si arrestano o cercano di imporre un cambiamento alla logica che fino a quel momento aveva caratterizzato il confronto.
No, per il momento: “valuteremo, valuteremo…”.
E’ inutile dire che ci troviamo sempre dinanzi ad un “responsabile”, ripetesi, del grande partito che ancora viene indicato come D.S.; la boa e nulla più, in quanto l’atto del valutare non appartiene mai alla volontà del boadicente: c’è sempre qualche altro; più a largo, più sottacqueo, più in alto, che deve dire o decidere, fare o disfare, chiarire o confondere i concetti.
Ecco perché, sia nei borghi sia nello spiazzo dei palazzi sempre grigi, non si conclude mai niente. E’ quasi divertente tendere l’orecchio per captare qualche notizia di rimbalzo: voci irradiate dalle sagrestie unificate, voci sommesse provenienti da monolocali prefabbricati annessi alle sezioni antiche di antichi partiti, che più non sono né partiti né antichi.
Che tristezza! Manca la passione politica, cioè la passione di vivere senza essere servi di qualcuno. E la passione non si avverte né nei mormorii né nelle frasi che giungono chiare all’orecchio.
Ma per vivere con dignità, noi dialoganti, in cerca sempre di confronti utili e utili apprendimenti, sognatori dei nostri sogni, ci proponiamo, sempre in prima linea, senza nasconderci e sempre con l’atavica ed inossidabile educazione umana ed intellettuale, per essere utili a noi stessi e agli altri, ricercando il “noi” nella comunità sociale di cui vogliamo essere elementi sempre attivi ed operanti.
No, ciò non è possibile: dobbiamo attendere che qualcosa si valuti, che qualcuno valuti, che si proceda al cerimoniale dell’incensamento del valutante.
Né siamo certi che il cerimoniale si compia comunque.
Nei nostri giorni, però, anche l’arte del “valutare” risente della crisi dilagante del trasformismo (non del “riformismo”, si badi bene), in queste ore – diventate anch’esse mobili e flessibili, cioè più veloci o più lente – la valutazione che porrebbe un punto fermo nel civile conversare politico, diventa atto di volontà complesso, geneticamente frantumato, bipolare, bifronte, bipede direi.
Non bastano più, come nostri interlocutori, i “soliti noti”, di cui abbiamo già detto: questi, a loro volta, conversano – se così si può dire – con gli “aspiranti noti”, sempre col malcelato intento di formare un coro numeroso anche se “stonato”, con l’accompagnamento di organo a canne.
Il tema ricorrente, oggi, verte sul fisco; in questa materia, però, c’è chi non ha bisogno di accompagnamento d’organo, canta da solo.
Ci riferiamo all’insigne uomo politico che oggi si propone come sintesi ante litteram del processo dialettico che ha visto, sempre contrapposti, comunisti e cattolici: oggi arriva lui e tutto si placa, anche in materia fiscale.
Solo per fare un esempio l’ex capo dei comunisti, Walter Veltroni, senza volerlo, si offre alla nostra attenzione: egli, con entusiasmo - che riteniamo sincero, per quel tempo -, a chiusura della festa nazionale dell’”Unità” a Bologna, il 17 settembre 2000, così si gloriava:” …in Italia si è pagato troppo, anche perché pagavano in pochi. Oggi, finalmente, la lotta all’evasione fiscale non è più uno slogan o una speranza ma una dura battaglia che stiamo vincendo…”.
Grande, grandissimo interprete dell’umore della gente, il capo dei comunisti di allora e capo in pectore (di chi?) del nuovo partito in via di formazione, oggi.
Egli interpretò e seppe riproporli agli iscritti e ai suoi lettori, i volti dei capi comunisti sconfitti dopo “il crollo” (ma che crollo?) del famoso muro; ricalcò le maschere euripidee ma senza il pianto delle Troadi che, intanto, anch’esse si erano “rifondate” e preferirono star sole.
Interpretò, poi, come nella Commedia dell’arte di ispirazione goldoniana, l’aspirazione dei politici in via di evoluzione, un po’ tristi, un po’ giocosi, come il “poeta fanatico”, che regalava rime per guadagnarsi la cena “oggi e domani” o come il “trombone di accompagnamento”, “Ta-pù” di stampo abruzzese – lirico, satirico, dialettale -.
Restato solo, il suonatore, quando la “banda musicale” di cui faceva parte si era spaccata in due, trascinata a pezzi da dimostranti politici contrapposti, si accorse di accompagnare, “Ta-pù, ta-pù”, sia gli uni sia gli altri scatenati che facevano a gara per strillare più forte il proprio inno politico.
Oggi, l’insigne interprete è “cantautore”, cantastorie come sempre, come sempre interpretando e sperando che si avveri ciò che canta.
Ma dal suo primo canto, non per colpa sua, fino ad oggi, nulla è cambiato in materia di fisco: pagano sempre gli stessi, evadono sempre gli stessi, con la semplice manovra del cambiamento della tessera!
Oggi il novello cantautore è pronto ad incidere la solita cantilena – come ha fatto con il “proclama” di Torino, che ha ripetuto vecchi ritornelli ormai respinti dalla volontà popolare in sede referendaria -, cantilena alla quale (ci permetta, Onorevole) nessuno può credere più, neanche in “sede P.D.”; parole, parole: “pagare tutti per pagare meno” e così via.
E’ fin troppo chiaro che per gli italiani, di qualsiasi tendenza politica, il nuovo capo P.D. sta provvedendo – anche con esercitazioni didattiche regionali e provinciali – ad un più agguerrito “spoil system” (a circuito interno)! Anche lui (e chi se l’aspettava?) gioca con il “pallottoliere” e non parla o non risponde, quando l’interlocutore non porta palline da contare: non importa il colore, le palline debbono scorrere soltanto, sui binari delle “convergenze parallele”: progetto o sogno che non riuscì allora e non può riuscire oggi: i due eserciti allestiti non hanno né organizzazione comune e condivisa nei distretti e nelle caserme né strategie convergenti; né visione unica dello Stato e del benessere della comunità sociale! Ed ancora, sembra di capire: le palline sono palline! Chi non le porta non può toccare il “Pallottoliere”, al massimo può diventare una “personalità”.
Quanti altri conti possiamo fare noi, Luciana, quanti chilometri del binario della Storia sono stati costruiti da noi! Quanti ne possiamo contare? La nostra dignità riemerge nella “minoranza intensa”: ci stiamo bene, ci dispiace per gli altri.
D’altra parte l’aspirante capo del P.D., quanto a conteggi, deve anche misurarsi con veri e propri direttori di cori a quattro voci:ne vedremo uno il 14 ottobre in Assisi: un direttore di coro (dalla gestualità elegante ma non troppo) sfoglierà lo spartito in setticlavio e lancerà la sfida, con numeri veri, ai “soliti noti”: 71 parlamentari, 6 eurodeputati, 92 consiglieri regionali, 14 presidenti di provincia, 19 sindaci di comuni capoluogo, 14 segretari regionali della “Margherita”, 77 consiglieri provinciali:” tutti miei, tutti miei”, dirà: tutti cattolici, tutti in Assisi, tutti con me! Intanto, altri petali dell’ineffabile fiore inodore si staccano e, via col vento, vanno a “ricollocarsi” nel primo girasole disponibile. E’ ben vero che i cattolici si trovano ovunque, ben rappresentati nelle sfere politiche; nella realtà, però, realtà che oggi è essenzialmente “mediatica”, dove sono collocati i cattolici? La verità è che, senza televisione, senza rotocalchi e giornali quotidiani, i cattolici, appaiono dispersi; quando la politica li chiama, si frantumano in diaspora e corrono dietro miraggi ed illusioni che nulla hanno a che fare con il candore della fede comune: così si offrono alla strumentalizzazione dei furbi di turno, che ne invocano adesioni ed alleanze, offrendo non il martirio ma, “posti e mangiatoie”.
Nella comunità ecclesiale, ove ci si appassiona alla vita solo in termini di “salus animarum”, i cattolici sono tutti. Tuttavia, è d’obbligo chiederci: nel mondo della comunicazione e della cultura, dove e quanti sono i cattolici? Non possiamo darci una risposta; il problema ci riguarda in ogni caso, perché i vari gruppi di cattolici, un po’ qui un po’ lì, sono numerosi: guidati da direttori d’orchestra che sanno spartirsi il “comune spartito” tra classi di strumenti e numero di suonatori, costituiscono mine vaganti che, tra esplosioni e irriducibili contrasti, creano squilibri nella vita politica, incertezze nel dialogo e pericolosi sbandamenti elettorali, non utili né alla democrazia né alla comunità ecclesiale. La cronaca travolge ogni pacato ragionamento; in certi casi l’esagerazione è d’obbligo. In questi giorni infuocati di agosto è stata diffusa la voce del Premier il quale chiede l’aiuto della Chiesa, per convincere i cittadini a non evadere gli obblighi fiscali, trattandosi anche di obblighi morali e religiosi; l’evasione, sembra sostenere il Premier, comporta una sanzione religiosa ben più grave di quelle comminate dallo Stato: gli evasori vanno all’inferno! Dobbiamo chiederci sul punto: quali sono i cittadini, cattolici credenti, che temono l’inferno? E tutti gli altri credenti in altre religioni (islamica, buddista ecc.) dove andrebbero se non pagassero? Eppure, il problema, per quanto riguarda tutti i cattolici, era stato risolto, lo scorso anno, in epoca non sospetta, dall’Arcivescovo di Chieti, Prof. Mons. Bruno Forte, insigne teologo, il quale non è il “pesce-palla” di turno, sibbene un intellettuale onesto, un grande comunicatore e, in questa occasione, economista di prima linea, che sa insegnare la coincidenza tra i principi sommi della religione e della fede e le regole fondamentali di una economia sana: non pagare le tasse – abbiamo capito ascoltando la lezione del Vescovo – significa contribuire al processo di impoverimento di uno Stato; l’impoverimento generale danneggia, in modo incisivo, solo i poveri – certamente non evasori ed innocenti –, mentre i ricchi se la cavano sempre, lecitamente o anche illecitamente. Far soffrire di più i poveri e non aiutarli abbastanza è peccato! Morale, fisco, economia, buon senso e fede, invero, coincidono! Basta riflettere, dunque. In tal senso la lezione di teologia del Prof. Bruno Forte può giovare a tutti, cattolici e non cattolici. Non così le prediche che il Premier chiede ai parroci: esse, si sa, lasciano il tempo che trovano. Tuttavia, è da osservare, la meditazione teologica del Vescovo di Chieti è certamente alla base del grido di dolore del Vescovo di Locri, il quale, in questi giorni ha affermato che chi causa gli incendi dolosamente e distrugge così i nostri boschi, commette grave peccato. Sulla stessa linea si è posto Mons.Tarcisio Bertone, Cardinale Segretario di Stato, aprendo, a Rimini, i lavori di “Comunione e Liberazione”, sul piano essenzialmente teologico, evitando ogni improvvisazione filosofica. Tutte belle cose, queste, che accadono tra pulpiti e cronaca. La politica, però, è un’altra cosa: bene fanno i Vescovi per la “Salus animarum”. Noi in politica, dobbiamo salvare lo Stato democratico, la libertà del pensiero, la Giustizia. Solo così potremo salvarci dalla fame. Ci rifletta il Premier! Eppure, tra laici e cattolici, un dialogo aperto e franco potrebbe avere inizio, in questo momento così carico di problemi, della vita politica italiana; in fondo, se volessimo parlare di numeri, in senso assoluto, potremmo dire che laici e cattolici si ripartiscono, intorno al 50%, i volenterosi che hanno propensione al dialogo pacifico, prescindendosi dai mezzi di comunicazione di cui, rispettivamente, hanno disponibilità. Invece, oggi, si fronteggiano la risorgente ”balena bianca”, che getta in alto, questa volta, la colonna di variopinte banconote e poi si rituffa nel mare corrusco, pieno di “correnti” e di “conflitti” di maree contro i plotoni, un po’ sparpagliati, questa volta, dei “primi della classe”, che della cosiddetta questione morale, hanno sempre fatto il preambolo della loro azione politica, a qualsiasi livello: per essi, non si sa come, la parola d’ordine (rectius d’ordinanza) è sempre la stessa: “ Noi non accettiamo lezioni da nessuno”. Ciò che succede, nella realtà, è sempre colpa della Scuola, dei Magistrati ed oggi (udite, udite!) delle intercettazioni. Il fallimento delle azioni politiche di costoro ha riempito pagine e pagine di cronaca, anche recente, ed anche “locale”. La cronaca, dunque, è un insieme di storielle: uomini politici che rinunciano (sempre volontariamente, si badi bene) al loro vero ruolo e si immiseriscono – si fa per dire – in compromessi, che chiamano “amicizia”, “affetto”, “simpatia” e così via: in effetti, essi creano il più raffinato stuolo di camerieri di certi banchieri e di certi imprenditori (anche questi in rotta di collisione con le finalità vere delle loro reciproche attività). In questo clima il Parlamento, come istituzione, è sofferente: il problema ricorrente, palese o sottaciuto, è quello dei conflitti di interesse, “appannaggio” prima della destra ed ora, con diversa sfumatura (sic!), anche della sinistra. Trattasi di una insana marea; questa non lambisce soltanto la scogliera di rifugio della sinistra radicale (che tutto è, tranne che “radicale”) ma si infrange su di essa irrorando altri camerieri in attesa nonché direttori di musica da camera. Ma dove sono gli uomini di sinistra che intendevano fare della nostra Repubblica ”fondata sul lavoro” una “Repubblica democratica di lavoratori”? A sentir oggi i loro nipoti e pronipoti c’è da osservare che il mutamento politico cui assistiamo nell’umanità di quell’area, non è mutamento strategico di lotta – come avrebbe detto Gramsci -, s ebbene mutamento genetico del loro impegno sociale (vogliamo dire, con ampio beneficio di inventario, che non sono “banderuole”, cioè trasformisti, come potrebbero apparire: per carità!). Noi continuiamo a dire – come allora dissero i nostri Padri in Assemblea costituente – che la comunità sociale, per progredire e realizzare migliori condizioni di vita per tutti, non può dividersi in “classi”: queste allontanano gli uomini tra loro, li ghettizzano. Per vivere, la sola regola è quella del vivere insieme. E per vivere insieme è necessario credere in qualcosa che ci unisce: noi siamo certi che il lavoro ci unisce, il lavoro onesto, finalizzato a migliorare la vita civile ed economica di ciascuno di noi, nella misura in cui ciascuno si ritrovi e si realizzi nella comunità sociale. Solo il lavoro, con le sue finalità, può unirci: non l’”amicizia”, l’“affettuosità”, la “simpatia” occorrono per vivere insieme ed onestamente, nella comunità sociale: trattasi di sentimenti preziosi, che uniscono le persone tra loro, proprio sul piano personale ed individuale; trasportare questi sentimenti sul piano della operatività politica ed economica, significa nascondere qualcosa: e si nasconde sempre il conflitto di interessi che cresce e invade la vita pubblica, secondo coefficienti esponenziali che la politica insana crea, solo apparentemente e transitoriamente a favore di un gruppo ma, in definitiva, solo e sempre a danno dello Stato! Dunque, l’amicizia politica è semplicemente un ossimoro: ben lo sanno gli appaltatori del costruendo P.D.: essi operano su corpi attualmente separati per crearne uno nuovo. Ma questo già appare assiologicamente infermo (salvo complicazioni). Questo strano modo di concepire la politica che fu appannaggio della destra – rectius, di tutta la destra – è ora lo schema strutturale della propaganda della sinistra – rectius, di quasi tutta la sinistra –. I cittadini, ormai colpiti da cronica aporia, se non ritrovano in sé stessi la forza di conquistarsi la propria vita, rischiano l’emarginazione; a questi cittadini, noi mazziniani ci rivolgiamo perché tutti insieme potremo costruirci la giustizia, la sanità, la scuola. Non ci deve spaventare la constatazione che non abbiamo la forza dei numeri per formare l’esercito vittorioso; noi lo sappiamo da sempre e siamo i primi a definirci “minoranza”: ma ciò che altri non dicono di noi è che la minoranza nostra è “minoranza intensa”. Non v’è un solo momento nella Storia del nostro Paese, dal Risorgimento in poi, e attraverso la Resistenza ad oggi, in cui sia mancata la presenza incisiva e decisiva di questa “minoranza” quando il popolo ha vinto le battaglie di libertà, di democrazia, di adeguamento legislativo alle più moderne ed avanzate regole di vita sociale ed economica. Non è possibile, per noi, giocare con il “pallottoliere” che usano “diciamo”, i primi della classe nonché gli sfidanti al conteggio dei posti conquistati. Non riusciamo a comprendere il linguaggio che essi usano, peraltro, senza alternative idiomatiche o semantiche o, men che meno, ideologiche: “questo a te, domani a me”, “questo per ora, poi valuteremo…” In tutte queste frasi, dall’oggetto ascoso, non è facile, anzi è impossibile, rinvenire una qualche parvenza di ragionamento, non tanto logico-giuridico, ma almeno civile. Ed è pur vero che la politica, oggi, nella più gran massa dei vocianti, usa quel linguaggio. Ma il bello – si fa per dire – è che neanche tra loro, i predetti vocianti, riescono ad intendersi. Il perché è semplice: dicono solo bugie, ben sapendo di dirle! Un gran parlare si fa dei giovani (un cavallo di battaglia montato da tutti in ogni occasione): potevano mai pensare i giovani di essere stati condannati a scontare tantissimi anni di sofferenze, “ristretti” nella busta paga decurtata – legittimamente, si intende! – delle quote atte a sostenere le “multiformi pensioni di anzianità”? Ma non sarà sempre così, una tale beffa non può durare. Occorre un risveglio: basta con le parole in libertà e con le “interpretazioni” dei fatti semplici e di per sé chiarissimi. Ad esempio, non v’è chi non ricordi la terza ascesa al potere di Tony Blair, in Inghilterra. In quell’epoca – or son passati più di due anni – eminenti uomini della politica nostrana, ciascuno per sé, olisticamente parlando, ha definito Blair “uomo di centro”, “riformista affermato”, “leader non più di sinistra”; per ciascuna di queste opinioni è stata elaborata una teoria, da rotolare addosso ai cittadini, lettori della copiosa stampa dell’epoca (opinionistica, editorialistica ecc.). Per i fautori del cosiddetto “centro” la vittoria di Blair questa volta, sarebbe stata determinata dal fatto che, in seno al partito laburista, iscritti, simpatizzanti ed elettori, avrebbero avuto una “collettiva” crisi di coscienza (sic!), per cui non sarebbero più di sinistra; invece i fautori della sinistra hanno spiegato l’accadimento politico inglese, sibbene come una vittoria pur sempre di sinistra ma ottenuta da “elettori riformisti”: inutile dire che per l’interpretazione di una vittoria del “centro” riconducibile a Blair, si sono espressi insigni politici come Rutelli, Follini ed altri, mentre per il rinascente riformismo anglosassone si sono espressi altri politici, altrettanto insigni, come D’Alema, Fassino ed altri (anche il Premier fu dello stesso avviso). Nell’occasione, il Segretario dei D.S. ( oggi impegnato alla costruzione del P.D.), sfoggiò un peana per Tony Blair; in un’intervista concessa ad un noto quotidiano, il capo dei D.S., senza alcuna titubanza ebbe a dire:”…Blair non ha solo detto ma ha fatto in Gran Bretagna delle cose di sinistra che io sarei felicissimo di riuscire a realizzare anche qui…”. I bravi cittadini, dopo tanto baccano, restano nell’incertezza di sempre, nella mortificante aporia derivante dalla contraddittorietà sistematica dei cosiddetti politologi (in effetti, politologi di parte!). Ma non è d’obbligo cercare di risanare questa mentalità? Ma non basta: quando si parla dell’estero, i soliti politologi, quelli di prima, sono sempre disponibili per dire che, ovunque, dagli Urali all’Atlantico (per restare nell’Unione Europea più allargata), c’è sempre qualcuno, qualche partito, che ha fatto – o che sta facendo –, qualcosa che in Italia non si è fatta e che qui bisognerebbe fare. Si creano miti e modelli di società, né verificati né studiati comparativamente – cioè tenendosi presente l’habitat storico-giuridico delle comunità messe a confronto -: rimane solo il vocio di comodo, nel momento che fa comodo, senza alcun tentativo di dialogo. E’ pur vero che, come per la cronaca riguardante Tony Blair (vittima sacrificale del momento) dialogare con gli altri popoli europei impegna i parlamenti e i governi dei singoli Stati, all’esercizio fecondo ma lunghissimo, di trattative e scambi di esperienza, per creare, ante litteram, l’armonizzazione necessaria, in senso spirituale ed economico, perché la norma comunitaria possa essere veramente efficace in tutto il territorio dell’Unione. E’ vero anche, per contro, che i problemi di casa nostra vanno discussi e risolti con l’apporto intellettuale, storico e morale, di tutti i gruppi politici; ciò può esser fatto ad una sola condizione: che i gruppi si confrontino sui vari temi e collaborino per adottare soluzioni efficaci. Bisogna superare la tecnica dell’accanimento sul “pallottoliere”. Per noi è indispensabile ritrovare nel dogma del lavoro come dovere, la volontà di progredire insieme, anche quando il fisco è sacrificio. La logica del progredire insieme è certamente vincente, perché fonda i presupposti del proprio sviluppo, anche dialettico, sulla libertà del pensiero che rende libero l’individuo di scegliere, secondo le sue capacità e la sua forza, l’attività produttiva che gli consenta di far parte della comunità sociale: di qui la grande forza del lavoro, che è espressione della libertà dell’individuo, missione di vita, sostenuta dalla forza del dovere, in cui convergono, per ritrovarvi le proprie matrici, liberà e progresso. E’ difficile questa logica? No, se l’individuo agisce quale membro della collettività sociale. Ed è anche logico che l’individuo scelga un partito politico cui “iscriversi”. Invero, se non c’è scelta, non c’è dialogo, né confronto, né progresso. Il partito unico non è mai esistito storicamente in quanto le dittature, che ne hanno ostentata l’esistenza, non di una propria forza politica si possono vantare, ma solo di una bieca, illegale e spregevole capacità di assoldare i criminali del momento, per distruggere la civiltà, la legalità ed il progresso. Gli uomini delle dittature sono stati sempre giocatori del “pallottoliere”. Ciò deve farci riflettere! Bisogna augurarsi che il gioco infame non si ripeta più; bisogna augurarsi che esso non si ripresenti sotto altre spoglie, perché esso è la più malacica infezione che può deturpare, avvilire e mortificare il nostro corpo sociale. Occorrono gli anticorpi, cioè gli uomini che sappiano fare il conto della propria esistenza, consultando e seguendo la propria coscienza, rispecchiandola più e più volte nell’ansiosa, grande, palpitante coscienza sociale. E la società si avvia, nel nostro Paese, a dividersi in due grandi gruppi politici, proprio perché gli odierni partiti, senza saperlo, senza volerlo, avvertono la necessità del dialogo. Di buon auspicio, peraltro ricorrente, è la constatazione che eminenti uomini politici, capi partito, un tempo rigorosamente atei ed anticlericali, sono diventati accomodanti e proclivi al dialogo con le Autorità della Chiesa Cattolica; di buon auspicio è il ringraziamento che il presidente del D.S. ha rivolto a Papa Woityla per aver contribuito al crollo di quella tragica parodia del comunismo che era l’impero sovietico. Con tali concetti l’On. D’Alema faceva proprie le parole di Adriano Sofri, detenuto nel carcere di Pisa. L’occasione fu quella dell’”Anteprima” di un’opera lirica dedicata al Papa, eseguita nel carcere di Pisa il 21 febbraio 2005. In quell’occasione, così lucidamente si espresse il presidente:”…Noi, come persone di sinistra, dobbiamo essere grati al Papa per aver accompagnato con la sua opera la caduta dell’impero sovietico…”. Il ringraziamento del capo comunista è stato veramente commovente; noi non sappiamo se veramente il presidente volesse rappresentare, come ebbe a dire in quell’occasione, i “dannati della terra”. Non sappiamo a quali dannati egli intendesse riferirsi. Un fatto è certo: un dialogo si è aperto: quando i “soviet atei” avevano costituito il terribile impero (con dipendenze anche in Italia), essi rappresentavano i modelli di vita; oggi il Papa li ha distrutti e i modelli di vita sono i “dannati della terra”: tra questi, “diciamo”, ci siamo tutti, dalla sinistra al centro, dal centro alla destra ed ancora fino ai lembi estremi di oltre sinistra e oltre destra. Non è forse giunto il momento di metterci a colloquiare tra noi (ringraziamenti a parte, sempre opportuni), per renderci conto di come, quando e quanto, noi “dannati” dobbiamo pagare le tasse? E’ giusto pagare ma è anche giusto decidere insieme come si debbano spendere i soldi. Questa decisione è veramente prioritaria, altro che rotolare a vuoto le palline del “tesoretto”! Il Pallottoliere è una macchina infernale che crea dannati, come diceva il presidente, nonché molti altri “figuri” che oggi inquinano la vita sociale e che domani saranno dannati veramente, nel fuoco dell’inferno: e noi, con Lucifero, ci godremo lo spettacolo.
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